Come trattate l’ombra e gli aspetti difficili? C’è spazio per l’«opera al nero»?

Sì, ed è una scelta di fondo: non addolciamo le ombre. Gli aspetti in tensione — quadrature, opposizioni, i toni di Saturno o la ferita di Chirone — sono spesso quelli che raccontano di più, e li nominiamo con chiarezza invece di aggirarli.

In linguaggio alchemico è la nigredo, l’opera al nero: quel confronto con la prima materia e con l’ombra che viene prima di ogni trasformazione. Nella carta lo leggiamo come una soglia da attraversare, non come una condanna — nello spirito junghiano del rendere cosciente ciò che è rimasto nell’ombra, perché possa essere integrato.

Lo facciamo con rispetto, mai con brutalità: onestà e cura insieme. Non troverai lusinghe che ti dicono solo ciò che vuoi sentire, ma nemmeno un verdetto che ti inchioda.

E non è un principio astratto: della ferita di Chirone parliamo apertamente perfino nella presentazione del fondatore, dove il suo Chirone in terza casa diventa esempio vivo di come una ferita — quella nella comunicazione — possa trasformarsi in dono. L’ombra, qui, è materia di lavoro: la mettiamo in gioco a partire da noi stessi.